Butterfly: arriva nelle sale il documentario su Irma Testa

Il documentario di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman dal 4 aprile al cinema

Irma Testa, classe 1997, è la prima atleta donna italiana ad essersi qualificata alle Olimpiadi per il pugilato. Da Torre Annunziata è volata a Rio dopo mesi di preparazione ferrea sotto la guida del maestro Lucio Zurlo. E ha perso. Ai quarti di finale, contro la francese Estelle Mossely.

Ma ai registi Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, che hanno tramutato la sua storia nel documentario Butterfly, che ha esordito quest’anno ad Alice nella Città e a partire dal 4 aprile sarà distribuito nelle sale da Istituto Luce Cinecittà, interessa soprattutto la sua vicenda umana. La storia di una ragazzina che affronta allo stesso tempo la più grande sfida nella sua vita e il passaggio all’età adulta.

Il documentario è sostenuto dal Programma Sensi Contemporanei Toscana per il Cinema.

“E’ la storia di una ragazza, in fondo – spiegano i registi – nasce tutto da lei, da una persona. Ci interessava Irma e abbiamo iniziato a seguirla non sapendo se avrebbe perso o vinto. Ma l’avremmo seguita comunque. Il nostro background è il reportage televisivo ma amiamo la realtà e la seguiamo. Bisogna saper capire dove la realtà ti porta. Volevamo che fosse un film per la sala, che si segue come una storia di fiction. Non siamo esperti di boxe, era Irma che ci interessava. Volevamo capire cosa accade a un’atleta dopo un evento grande come la partecipazione alle Olimpiadi ma soprattutto cosa accade alla ragazza che c’è dietro. E’ diventata la storia di una sconfitta. Bene, ci siamo adeguati. A tavolino scrivevamo solo gli argomenti che volevamo trattare, non i dialoghi. Quindi stavamo attenti a quelli. Se c’era un conflitto con la famiglia, standoci a contatto, sapevamo cogliere i momenti in cui accendere la telecamera ed eventualmente provocare delle reazioni, ma tutto in maniera estremamente naturale. Irma era abituata al clamore mediatico e a un altro tipo di telecamere. Possiamo dire che siamo stati gli ultimi rimasti dopo la sconfitta. Lei stessa non poteva sapere quale sarebbe stato il risultato finale”.

“Ho subito chiarito – dice la diretta interessata – che anche a me interessava l’aspetto personale. Del pugilato puoi raccontare la preparazione, che può essere più o meno eccellente, poi eventualmente la vittoria, i festeggiamenti, ma forse la sconfitta è stata più interessante. Ad ogni modo è la gestione della vita dietro che offre i maggiori spunti. Io sono sempre a Roma e ad Assisi, a casa ho una famiglia. Come gestisce una ragazzina certe rinunce? E’ stato difficile e abbiamo vissuto momenti non certo rosei. E poi c’è la sconfitta, può fare bene o male ma è comunque una delusione, un dolore, che io ho affrontato con un altro dolore, cercando di esortare i miei fratelli a non fare gli stessi errori che ho fatto io. Mia madre è spesso assente per lavoro, mio padre non c’è mai stato. Voglio che capiscano che ci sono tante prospettive, non è obbligatorio evitare la scuola. Ho trovato la mia strada, mi auguro che lo facciano anche loro. Certo ero piccola, non capivo fino a che punto fosse giusto espormi così tanto ma ora che ho una maturità ho capito che se una persona è bella è bella anche nella sua fragilità. All’inizio Casey e Alessandro mi sono sembrati invadenti, penso sia normale. Ma poi sono entrati a far parte veramente del mio mondo e della mia famiglia. Erano quelli che mi davano minor preoccupazione, in un momento in cui avevo addosso gli occhi di tutti e questo in un atleta mina la concentrazione. La loro bravura è stata farmi dimenticare della loro presenza”.

“Mescolare gli approcci – dichiarano ancora i registi – è molto più difficile che usare uno stile classico e fare una normale intervista. C’è stato un momento, dopo la sconfitta, in cui era necessario che Irma stesse da sola e smaltisse, in quel caso ci siamo comportati come mosche sul muro. Non volevamo fare Rocky o Million Dollar Baby, e non potevamo fare Toro Scatenato. Non abbiamo avuto specifici riferimenti. Certo, ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se Irma avesse vinto, ma questa era la nostra storia. Non ha voluto vedere niente del film fino alla prima e quando ha visto la scena in cui cade sotto i colpi dell’avversaria è scoppiata in un pianto dirotto. In quel momento ha culturalizzato probabilmente la sconfitta stessa”.

“Mi auguro di vincere sempre e il più possibile – chiude Testa che nel frattempo ha portato a casa una medaglia d’oro vinta agli europei in Russia combattendo contro l’inglese Ellie Scotney – la vittoria è una cosa bellissima che dà senso a sacrifici e rinunce che nella sconfitta vanno persi. Un atleta rinuncia al cibo per lunghi periodi, per rientrare in una certa categoria di peso, a stare vicino alla famiglia, alle amicizie, al curare rapporti sentimentali e sociali, a uscire la sera. Il tarlo è sempre ‘farò bene a farlo? Ne varrà la pena?’. Se perdi è come sbattere contro un muro. Una persona normale non tornerrebbe ad andare contro quel muro, ma un atleta invece lo deve fare, è quello che ti definisce. Ogni volta io torno sul ring. Ero pronta per quell’incontro, avevo già battuto Estelle. Ci ho creduto, e non c’è stato niente di male. Ho perso, ho fatto degli errori di ingenuità e soprattutto quello di credermi invincibile. Ora che per le prossime olimpiadi sto facendo il doppio dei sacrifici capisco che avrei potuto fare qualcosa in più anche per la prima volta. Tutto sommato comunque preferisco sapere che i registi erano interessati a me piuttosto che alla vittoria. Cos’avrebbero potuto filmare altrimenti, i festeggiamenti? Quando ho iniziato ero una ragazza, piccola e minuta, di quattro maestri che c’erano a Torre nessuno mi voleva. Mi dicevano ‘vai a casa, vai a fare l’uncinetto’. Ma io tornavo in palestra nonostante tutto ed è lì che al maestro Lucio si è accesa la scintilla. Ora so cosa voglio per Tokyo e mi sento un’atleta matura, so come farlo e come si deve fare per essere un’atleta a 360°”.

 

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